Progetto: Andrea Branzi e Angela Rui
Materiale e dimensioni: Stampa su seta,(120 x 2000) cm
Anno: 2010
Noi oggi viviamo in un mondo che non ha più un esterno, né politico né geografico; un mondo globalizzato costituito dalla somma di tante crisi locali economiche e ambientali.
Un mondo infinito ma non definitivo: illimitato ma con limiti di sviluppo; monologico ma ingovernabile; senza confini ma privo di una immagine globale.
Un mondo costituito da tanti mondi; opaco, inquinato, dove tutto si fonde e si espande; per sopravvivere esso deve riformarsi quotidianamente con nuove leggi, nuovi statuti, nuovi progetti, per gestire il proprio indotto fuori controllo.
Ogni intervento deve essere quindi reversibile, incompleto, elastico, perchè tutto ciò che è definitivo produce rigidità e fragilità.
Un mondo infinito il cui spazio è riempito dai corpi di sette miliardi di persone, da flussi di informazioni e da un numero incalcolabile di merci, che formano cerchi, aggregati e vibrazioni che riempiono totalmente la scena urbana.
L’unica riforma possibile della città è da cercare all’interno degli spazi interstiziali, nelle economie domestiche, nelle relazioni umane; all’interno della nostra mente.
Questi progetti dunque non sono destinati a essere realizzati.
Non sono utopie per la città del futuro ma riflessioni sullacittá del presente.
La città attuale infatti non è più un insieme di scatole elettroniche ma un territorio di uomini, servizi, oggetti, informazioni, relazioni immateriali.
“Dieci Modesti Consigli per una Nuova Carta di Atene” rispondono all’urgenza di una nuova interpretazione della città contemporanea, nell’epoca della globalizzazione, del lavoro post-fordista e della società autoriformista.
Queste condizioni sono profondamente diverse da quelle del secolo precedente, ma ancora non sono state interpretate nella loro globalità.
Lo scopo non è quello di elaborare un modello unitario della città contemporanea, ma piuttosto di dare un contributo per una diversa lettura del fenomeno urbano, ancora troppo vincolato alla centralità dell’architettura a scapito delle realtà immateriali, merceologiche e informatiche.
La “Carta di Atene” di Le Corbusier e del CIAM non è mai stata realizzata, ma ha costituito un modello per una prima interpretazione della città industriale; un modello costituito da zooning specializzati e separati (residenza, produzione, tempo libero, traffico, centri storici) che come gli ingranaggi di un organismo meccanico, costituito da parti separate che per attrito producono un’ unica funzione.
Nell’epoca della meccanica si è cercato di capire i “meccanismi interni” del mondo e della storia. Ma nell’epoca dell’elettronica non è più importante capire il funzionamento interno della realtà, ma le sue potenzialità prestazionali della superficie dei computer, i circuiti logici, i processi conoscitivi che essi permettono. Da una coscienza interna a una conoscenza di superficie.
Il mondo attuale è costituito infatti da tanti “funzionoidi elettronici” che non rispondono più a un’unica funzione specializzata, ma a tutte le funzioni possibili in tempo reale.
L’elettronica, la de-industrializzazione, l’impreditorialità di massa e il lavoro post-fordista, hanno modificato profondamente il modo di usare la città, rendendola più “opaca e flessibile”, e stanno modificando anche la nostra maniera di capire l’universo costruito.
La crisi ambientale e economica ci spinge a capire la nuova realtà urbana come essa è e non come dovrebbe essere; superando il “caso per caso” per una comparazione complessiva delle nuove potenzialità di progetto.
Il XXI secolo ha avuto inizio nel 2011, quando il lungo “intervallo della storia”, (iniziato con la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e terminato con la globalizzazione dell’economia capitalista) è finito improvvisamente ed è iniziata una serie tumoltuosa, simultanea e imprevedibile di eventi, politici e geologici: la Primavera Araba che sconvolgerà tra breve anche la quiete dell’ Europa Unita; una “nuova guerra mondiale religiosa” tra Oriente e Occidente; il grande terremoto del Giappone; il devastante tzunami; l’esplosione della centrale atomica di Fukugima.
Il nostro vecchio razionalismo (euro-centrico e antropo-centrico), abituato a interpretare i problemi “uno alla volta”, si è trovato impreparato davanti a questa “complessità cosmica” della storia; dove i fenomeni geologiche e sociali sembrano alimentati da un’unica forza planetaria sconosciuta.
La cultura del progetto (design e architettura) per un secolo ha garantito a tutti “il lieto fine” per la nostra società: indifferente a due guerre mondiali, agli stermini di massa, ai conflitti atomici, alle devastazioni raziali. Una cultura ambientalista attenta soltanto a ridurre il consumo dell’energia e a sostituire i materiali tradizionali con quelli eco-compatibili e su questi unici parametri risolvere la grande complessità dell’habitat umano.
Come se la felicità dell’uomo fosse misurabile sul numero dei metri quadri di prato a disposizione…
Adesso quel “lieto fine” non è più garantito; tempi nuovi sono cominciati.
Una nuova drammaturgia e una nuova dimensione della cultura del progetto (meno auto-referenziale, edonistica e semplicistica) diventa urgente. Una nuova cultura del progetto che non nasce da una nuova committenza, ma ha origine a livello individuale, soggettivo, senza quadri programmatici a cui riferirsi, poggiata su un nuovo “realismo”.
Quando parliamo dunque di una “Nuova Carta di Atene” intendiamo descrivere uno scenario che tiene conto delle logiche di funzionamento reale della città nell’epoca attuale: così come essa è e non su come dovrebbe essere.
Una città che non è soltanto un insieme di “scatole architettoniche” ma dai suoi spazi interni, delle sue interiora, che costituiscono oggi il parametro fondamentale della qualità culturale e funzionale della città.
Oggetto di una “Nuova Carta di Atene” non è la città del Futuro ma piuttosto la città del Presente, con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni. Una città che deve essere continuamente gestita, riformata e riprogettata alla ricerca di equilibri sempre provvisori. Una città che corrisponde alla nostra società, che deve tutti i giorni produrre nuove leggi, nuovi statuti e nuove regole per gestire positivamente la propria crisi permanente.

